Qualche tempo fa scrissi un post con alcune osservazioni sul libro “Cento Watt per il prossimo miliardo di anni”.
Gli autori mi hanno risposto: sono ben felice di riportare qui i loro chiarimenti alle mie osservazioni. Escludendo la seconda delle tre parti, non ho nulla da aggiungere a quanto da loro scritto e voglio ringraziarli per gli approfondimenti e i riferimenti bibliografici.
Relativamente alla mia prima osservazione, il Prof. Sertorio scrive:
Un miliardo di anni è un intervallo di tempo mille volte più lungo della storia (presumibile) della specie umana e esce da qualsivoglia prevedibilità delle nostre conoscenze di tettonica e geofisica in generale. Potrebbe non esistere più non solo l’uomo nella definizione attuale, ma la fotosintesi stessa, ossia il fenomeno più longevo dopo quello di accrezione dei pianeti. Dunque ci si pone il problema della esistenza di intelligenza fotosintetica, quella dell’uomo che sta al vertice della catena trofica, erba erbivori carnivori onnivori. Intelligenza diversa da quella fotosintetica è oggetto di meditazione scientifica un po’ pazza ma concettualmente, epistemologicamente, non banale. Vedere su internet Freeman Dyson che affronta il tema dell’intelligenza post fotosintetica. O anche: F. Dyson, Time without end: Physics and biology in an open universe, Reviews of Modern Physics vol. 51, July 1979. Io mi limito al mondo biofisico fotosintetico e chiaramente uomini figli della scienza vuol dire le creature post petrolio, post nucleare.
A proposito invece della seconda osservazione, scrive:
Lo schema della figura A4.1 è l’equivalente del cubo di unità strutturale per il quale si definisce, agli 8 vertici, l’equilibrio delle forze di trazione compressione e torsione. Un grattacielo, per esempio, è descritto da moltissimi elementi finiti, in alcuni casi si arriva a migliaia, e la dinamica globale richiede di conseguenza lo studio numerico di migliaia di equazioni differenziali accoppiate. Dubito che l’architetto che ha disegnato, prima a mano e poi al computer, la concezione generale di un grattacielo sia anche capace di scrivere e risolvere tale sistema di equazioni senza l’aiuto del fisico e del matematico. (Forse Calatrava, chissà). Io so che lo studio degli architetti Skidmore, Owings and Merril per un certo calcolo strutturale si rivolse al centro di calcolo di Los Alamos, che è il più potente al mondo. Orbene, la mia figura è l’analogo del cubo di cui sopra. Il calcolo di una struttura complessa (non una capanna) solare, ove fosse affrontato sul serio numericamente, non sarebbe più facile del calcolo strutturale menzionato. Mentre gli input esterni della struttura sono la gravità e un certo modello di forze oscillanti esterne (tipo terremoto), per la struttura solare gli input esterni sono ancora più difficili da simulare e sono notoriamente la T esterna e il flusso di radiazione entrante e il flusso di radiazione uscente. I flussi di conduzione uscenti sono gli output del calcolo. Si tratta di un problema variazionale ben tosto con controlli attivi, cioè additivi, e passivi, cioè moltiplicativi.
È dunque un problema non lineare della più carognosa natura. In particolare, come è noto agli ingegneri aeronautici, la compresenza di controlli additivi e moltiplicativi rende il problema concettualmente affetto da una certa arbitrarietà di impostazione, cioè non è univocamente definito, sono possibili diverse strategie di controllo. Come problema scientifico mi sembra straordinariamente affascinante, degno di essere affrontato all’università, e per questo ho voluto fissarlo nella mente del lettore con una figura. Sta poi al lettore andare avanti e farne buon uso.
Certamente gli architetti non conoscono la matematica citata da Sertorio per il suo modello: non devono conoscerla, devono occuparsi d’altro (di architettura, ad esempio). Zevi, che citate, come avrebbe reagito a queste vostre osservazioni? :) Modellare in quel modo un edificio, per quanto complesso, non serve (o non serve sempre). Non è forse anche quello un esempio del gigantismo di una società in crisi, come descritto nel punto tre? Pensate davvero che questi immensi studi di architettura, grandi multinazionali fornitori di grandi clienti con grandi “budget”, non buttino un po’ di soldi nel supercalcolo, come un tempo si sarebbe forse fatto con gli stucchi? Ho due architetti in famiglia, penso di essere entrato in un cantiere la prima volta a cinque anni… qualcosa nel campo credo di averlo visto e capito. :)
Per farla breve, sono il primo ad amare la modellazione matematica, ci mancherebbe… ma non potete pensare che per ogni unità abitativa si arrivi, come avete scritto, a una modellazione dedicata di quel tipo. Ci sono chirurghi con un dottorato in fluidodinamica per poter operare al cuore? :)
Infine, sulla terza osservazione, precisa così:
In generale una economia malata che si manifesta con una finanza fasulla, denaro non legato alla realtà, tende a produrre grandi opere. La visione del fenomeno sta sotto i nostri occhi, la spiegazione è complessa. Nella storia dell’impero romano d’occidente nei secoli della decadenza avanzata, il 3°, 4°, 5° dopo Cristo compaiono le ville patrizie più esorbitanti, e le opere pubbliche inutili. La crisi del 29 sia in America che in Europa è accompagnata dalla comparsa di magioni mastodontiche di ricchi, ossia uomini portatori di denaro evanescente (cartaceo, simbolico) e disimpegnato dalla realtà sociale. Vedere il castello La Cuesta Encantada di William Randolph Hearst, 1922-1925 e oltre, esiste ancora oggi, una proprietà superiore alla villa dell’imperatore Adriano a Tivoli. Qui da noi, in piccolo rispetto alla California, le ville costruite all’inizio del novecento sulle rive dei laghi Maggiore, Como, Garda, abbandonate o trasformate in grandi alberghi. Oggi i banchieri in fallimento, interconnessi viziosamente con lo Stato, propongono grattacieli e il ponte sullo stretto di Messina, come tipiche espressioni della loro progettualità. È indizio di salute sociale durevole l’intera città di Singapore, assoluta anomalia ambientale? O, con altre parole, chi manterrà il metabolismo dei fantastici grattacieli di ferro, ossia il rifornimento di energia termica + meccanica + elettrica, in Watt/stazza o in Watt/metro cubo, più il costo gestionale (servizi e manutenzione di media alta tecnologia), in denaro/giorno al metro cubo fra duecento anni? Perché ciò avviene? Capirlo e dimostrarlo equivale a capire la dinamica della decadenza delle nazioni, distinguere fra economia sana e malata, fra opere architettoniche espressione di benessere reale o no. In generale le opere inutili nascono per falso esibizionismo, per l’opportunità di impiegare manodopera impoverita, non canalizzabile in una dinamica economica ben articolata nell’ecosistema della nazione, e dunque facile da utilizzare per opere concentrate sia come progetto che come gestione dell’esecuzione.
Il fatto che le grandi opere siano reclamizzate come un bene, come un regalo di cui essere riconoscenti, è poi un’altra cosa. Ecco perché ricordo spesso l’utopia di Broadacre, cosa che sta nei libri di storia dell’architettura, vedere il libro di B. Zevi, ma non nell’esperienza di vita e della cultura diffusa in Italia oggi. Naturalmente sappiamo che il progetto sociale e urbanistico Broadacre rimane la visione di una America sognata e mai esistita. Vedere per esempio lo studio critico di John Sergeant, Frank Lloyd Wright’s Usonian Houses, Watson-Guptill Publ. N.Y. 1976.
Grazie per il dialogo
